Team diversificato in formazione con approcci visivi, auditivi e cinestetici
Publié le 10 mai 2024

Contrariamente a quanto si crede, etichettare i membri del team come ‘visivi’ o ‘uditivi’ non migliora la formazione, anzi, la limita.

  • L’efficacia non risiede nell’adattarsi a stili rigidi, ma nel padroneggiare la ‘traduzione cognitiva’: presentare la stessa informazione critica in formati multipli (visivi, audio, interattivi).
  • Questo approccio multimodale non solo previene il sovraccarico informativo durante l’onboarding, ma sblocca il potenziale innovativo latente nei team cognitivamente diversi.

Raccomandazione: Smetti di diagnosticare stili di apprendimento e inizia a progettare esperienze formative che parlino più ‘lingue’ contemporaneamente.

Ti è mai capitato di presentare un progetto con slide impeccabili, piene di dati e grafici, per poi vedere lo sguardo perso di un collega, magari un tecnico brillante, che semplicemente non « aggancia »? O di spiegare a voce una nuova procedura e renderti conto che metà del team sta già pensando ad altro? Questa frustrazione è il sintomo di un problema profondo, ma la cui soluzione è spesso fraintesa. Per anni ci è stato detto di dividere il mondo in visivi, uditivi e cinestetici (VAK), cercando di creare contenuti su misura per ciascuno.

L’approccio comune suggerisce di creare presentazioni per i visivi, podcast per gli uditivi e workshop pratici per i cinestetici. Ma questo non solo è inefficiente, è anche controproducente. Crea silos cognitivi e si basa su un presupposto errato: che le persone siano scatole ermetiche, capaci di processare le informazioni in un solo modo. E se il vero segreto non fosse etichettare le persone, ma padroneggiare l’arte della « traduzione cognitiva »?

Questo non è un articolo che ti darà un altro test per incasellare i tuoi collaboratori. Al contrario, ti mostrerà come smantellare queste etichette e costruire un sistema di formazione e comunicazione più ricco e inclusivo. L’obiettivo è trasformare ogni informazione critica in un formato multimodale, garantendo che il *concetto*, e non solo il dato, sia universalmente compreso. Esploreremo come questo approccio non solo risolva i problemi di comunicazione, ma diventi un motore per l’innovazione, la produttività e l’engagement, dalla R&S all’onboarding dei nuovi assunti.

In questo articolo, analizzeremo le strategie e gli strumenti pratici per progettare esperienze di apprendimento che parlino contemporaneamente più « lingue » sensoriali. Scopriremo come trasformare la diversità cognitiva da ostacolo a vantaggio competitivo.

Perché ignorare le differenze cognitive sta limitando l’innovazione nel tuo reparto R&D?

In un reparto di Ricerca e Sviluppo, l’omogeneità di pensiero è il nemico silente dell’innovazione. Quando un team è composto interamente da persone che processano le informazioni allo stesso modo (ad esempio, tutti « visivi » abituati a leggere paper e guardare grafici), si crea un’eco-camera cognitiva. Le idee vengono formulate, discusse e validate sempre attraverso lo stesso canale, escludendo prospettive che potrebbero nascere da un approccio diverso. Un membro del team a preferenza « cinestesica », che pensa costruendo e smontando prototipi, potrebbe non essere in grado di contribuire appieno in una riunione basata solo su slide. Il suo potenziale innovativo, legato all’interazione fisica con il problema, rimane inespresso.

Questa non è solo un’ipotesi. L’impatto economico della diversità cognitiva è misurabile. Studi recenti indicano che i team R&D con una maggiore diversità cognitiva registrano un aumento del 45% nelle entrate da nuovi prodotti. Questo accade perché un team eterogeneo possiede una « larghezza di banda sensoriale » maggiore: è in grado di analizzare un problema da più angolazioni contemporaneamente. Il visivo mappa il sistema, l’uditivo articola le sfide in una discussione e il cinestesico costruisce un modello per testare le ipotesi.

Studio di caso: l’approccio intergenerazionale di Apple

Un esempio lampante di questo principio in azione si trova in aziende come Apple. Come evidenziato da analisi sulla leadership inclusiva, Apple costruisce deliberatamente team di sviluppatori intergenerazionali. Non si tratta solo di una questione anagrafica, ma cognitiva. Un ingegnere over 50, che ha « inventato » l’informatica piuttosto che apprenderla, approccia i problemi in modo radicalmente diverso da un nativo digitale. Questa frizione tra modelli mentali differenti è esattamente ciò che genera valore e porta a soluzioni più robuste e innovative. Ignorare queste differenze significa rinunciare a una fonte preziosa di creatività.

Il punto di frizione cognitiva non è una debolezza individuale, ma un segnale che l’organizzazione sta fallendo nel tradurre l’informazione in un linguaggio universale. Investire in strategie di comunicazione multimodale non è un costo, ma un investimento diretto sulla capacità di innovazione del proprio reparto più strategico.

Come trasformare un manuale tecnico in un’infografica comprensibile in 5 minuti?

Un manuale tecnico di 300 pagine è un esempio perfetto di informazione ad alta densità ma a bassa accessibilità cognitiva. È un formato che privilegia unicamente un sottotipo di apprendente visivo: quello testuale, metodico e con un’alta soglia di attenzione. Per tutti gli altri, rappresenta un muro invalicabile. La « traduzione cognitiva » in questo caso significa estrarre l’essenza e ricodificarla in un formato che abbia una maggiore larghezza di banda sensoriale.

Il passaggio da manuale a infografica non è un semplice riassunto, ma una ri-architettura dell’informazione. Si tratta di:

  • Identificare i concetti chiave: Quali sono le 5-7 informazioni senza le quali la procedura fallisce?
  • Visualizzare le relazioni: Usare frecce, colori e layout spaziale per mostrare le connessioni causa-effetto, le sequenze e le dipendenze, cose che nel testo lineare sono solo implicite.
  • Aggiungere canali: Un’infografica « aumentata » può includere codici QR che rimandano a brevi video tutorial (per i cinestesici che hanno bisogno di vedere il « come ») o a clip audio con spiegazioni di un esperto (per gli uditivi).

Questo processo trasforma un’esperienza di apprendimento passiva e faticosa in una attiva e coinvolgente. L’utente non subisce l’informazione, ma la esplora secondo le proprie necessità.

Come dimostra l’immagine, l’informazione non è più un blocco monolitico, ma un ecosistema di elementi interconnessi che possono essere approcciati da più punti di vista. I dati quantitativi confermano l’efficacia di questa traduzione.

Il confronto tra un manuale tradizionale e un’infografica che integra i canali Visivo, Uditivo e Cinestesico (VAK) mostra un drastico miglioramento in termini di efficienza ed efficacia, come evidenziato da una recente analisi sui modelli di apprendimento.

Confronto tra manuale tradizionale e infografica aumentata VAK
Aspetto Manuale Tradizionale Infografica Aumentata VAK
Tempo di comprensione 30-45 minuti 5-10 minuti
Retention a 24h 20-30% 60-70%
Canali sensoriali 1 (visivo-testuale) 3 (visivo + audio + interattivo)
Engagement utente Passivo Attivo e personalizzato

Teoria prima o Pratica subito: quale approccio funziona meglio per i tecnici specializzati?

Il dilemma tra « teoria prima » e « pratica subito » è un classico della formazione tecnica e tocca un nervo scoperto per i profili a forte preferenza cinestesica. Imporre ore di teoria frontale a un tecnico abituato a « pensare con le mani » è una delle forme più comuni di frizione cognitiva. La risposta non è, tuttavia, eliminare la teoria, ma integrarla in un ciclo virtuoso con la pratica, invertendo l’approccio tradizionale.

L’approccio convenzionale (prima tutta la teoria, poi la pratica) si basa sull’idea che la conoscenza sia un prerequisito per l’azione. Per un apprendente cinestesico, è spesso vero il contrario: l’azione è il prerequisito per la conoscenza. Ha bisogno di un contesto pratico, di un problema tangibile, per « ancorare » i concetti teorici. Senza questo ancoraggio, la teoria rimane astratta, volatile e difficile da memorizzare. È come cercare di imparare una lingua solo studiando la grammatica, senza mai provare a parlare.

La soluzione è un « Ciclo di Apprendimento Invertito ». Invece di un lungo monologo teorico, si inizia con una micro-azione pratica, sicura e controllata. Questo piccolo assaggio di pratica genera domande e curiosità (« Perché è successo questo? Come posso farlo meglio? »). A questo punto, la teoria non è più un’imposizione, ma una risorsa desiderata per rispondere a un bisogno concreto. La formazione teorica diventa più breve, mirata e infinitamente più efficace perché il cervello ha già creato gli « scaffali » su cui riporla.

Piano d’azione: il ciclo di apprendimento invertito per tecnici

  1. Micro-pratica iniziale (2 minuti): Iniziare con un’azione semplice e sicura per generare curiosità e un primo contatto con lo strumento o il processo.
  2. Teoria mirata (10-15 minuti): Fornire spiegazioni teoriche concise che rispondano direttamente alle domande e ai dubbi emersi dalla micro-pratica.
  3. Pratica complessa guidata (30 minuti): Procedere con l’applicazione completa della procedura, ma con il supporto di un supervisore o di una guida dettagliata.
  4. Ciclo rapido per procedure complesse: Per compiti articolati, alternare cicli brevi di 5 minuti di teoria e 10 minuti di pratica, ripetuti più volte.
  5. Ciclo lento per concetti fondamentali: Per le basi teoriche irrinunciabili, dedicare più tempo alla teoria (es. 1 ora) seguito da una sessione pratica estesa (es. 4 ore) per consolidare.

Questo modello non abolisce la teoria, ma la riposiziona: da barriera iniziale a strumento di supporto just-in-time. È una forma di traduzione cognitiva che rispetta il bisogno di azione dei profili tecnici, massimizzando l’efficacia dell’apprendimento.

Il rischio di « too much information » che paralizza i nuovi assunti during l’onboarding

Il primo giorno di un nuovo assunto è spesso un diluvio di informazioni. Manuali, presentazioni, procedure, nomi e policy vengono riversati senza sosta, creando un sovraccarico cognitivo che, paradossalmente, porta alla paralisi anziché all’apprendimento. Questo fenomeno di « information overload » è particolarmente dannoso perché avviene in un momento di massima pressione e insicurezza. Il problema non è la quantità di informazioni in sé, ma il fatto che vengano erogate in un formato unico e non negoziabile (solitamente, slide e documenti).

L’onboarding efficace non è un imbuto, ma un buffet. Deve offrire le stesse informazioni critiche in formati diversi, permettendo al nuovo arrivato di scegliere il canale che sente più affine in quel momento. Secondo studi sui modelli di apprendimento misto, dare agli studenti il controllo sul ritmo e sullo stile di apprendimento aumenta significativamente la ritenzione e il coinvolgimento. Questo principio è ancora più valido per gli adulti in un contesto lavorativo.

Una strategia di « traduzione cognitiva » per l’onboarding può basarsi sulla creazione di « Stazioni di Apprendimento ». Invece di una sequenza lineare obbligatoria, si progetta un percorso con diverse tappe facoltative che coprono gli stessi argomenti con modalità diverse:

  • Stazione Visiva: Brevi video-tutorial, infografiche interattive dei processi, mappe organizzative.
  • Stazione Uditiva: Playlist di mini-podcast con interviste a colleghi chiave, registrazioni delle riunioni di team più importanti.
  • Stazione Cinestesica: Un ambiente « sandbox » o un simulatore per provare le procedure senza rischio, un compito pratico da portare a termine con l’aiuto di un buddy.

Un esempio pratico è l’adozione di una formula di apprendimento mista che consente ai nuovi assunti di personalizzare il processo con cui assimilano le nozioni. L’accesso a contenuti on-demand, come video in streaming o simulazioni, permette loro di studiare secondo il proprio ritmo e di rivedere i passaggi più complessi quante volte necessario, riducendo l’ansia e massimizzando l’assimilazione.

In questo modello, il formatore o il manager diventa un curatore di contenuti e un facilitatore, piuttosto che un mero trasmettitore di informazioni. L’obiettivo non è « coprire » il programma, ma assicurarsi che ogni nuovo membro del team abbia gli strumenti per « tradurre » le conoscenze nel suo sistema operativo mentale.

Quando inserire le pause attive per ripristinare l’attenzione durante un workshop intensivo?

Durante un workshop o una sessione di formazione intensiva, l’attenzione non è una risorsa infinita, ma una batteria che si scarica. Le pause non sono una perdita di tempo, ma il momento in cui la « ricarica » avviene. Tuttavia, non tutte le pause sono uguali. Una pausa passiva e non strutturata (es. « 10 minuti di caffè ») può essere insufficiente, specialmente se il cervello ha bisogno di un tipo di stimolo diverso da quello ricevuto durante la sessione di lavoro.

Il concetto di « traduzione cognitiva » si applica anche al riposo. Una pausa attiva è una pausa progettata per offrire al cervello uno stimolo complementare e opposto a quello appena ricevuto. L’obiettivo è ripristinare l’equilibrio cognitivo, non solo interrompere il flusso di lavoro. Ad esempio, dopo 90 minuti di ascolto passivo di una presentazione (lavoro uditivo), una pausa passata a controllare le email sullo smartphone (altro lavoro visivo-testuale) non è ristoratrice. Il cervello ha bisogno di muoversi, di fare qualcosa di fisico.

Come suggerito dall’immagine, un ambiente di lavoro moderno dovrebbe prevedere zone e attività diverse per le pause, consentendo alle persone di scegliere la modalità di recupero più adatta. La chiave è la varietà e la consapevolezza del tipo di lavoro mentale appena svolto. Un workshop ben progettato non pianifica solo i contenuti, ma anche la qualità delle sue interruzioni.

La scelta della pausa ideale può essere guidata dal tipo di sessione appena conclusa, come suggerisce questa tabella basata su analisi degli stili di apprendimento. Offrire attività diverse permette a ciascun partecipante di trovare la propria modalità di ricarica ottimale.

Tipologie di pause per stile di apprendimento
Dopo sessione Tipo di pausa consigliata Durata Attività
Teoria frontale (uditiva) Pausa cinestesica 10-15 min Costruzione con mattoncini, stretching
Pratica intensa (cinestesica) Pausa riflessiva 10-15 min Journaling silenzioso, meditazione
Discussione intensa Micro-pausa visuale 2-3 min Osservazione di un’immagine potente in silenzio

Integrare queste pause « tradotte » non è un lusso, ma una necessità per mantenere alta l’energia e la capacità di apprendimento del gruppo per tutta la durata di un evento formativo.

Perché dire « è intelligente ma non si applica » è la frase più dannosa per un ragazzo dislessico?

La frase « è intelligente, ma non si applica » è un classico e doloroso cliché, spesso rivolto a studenti e collaboratori con disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) come la dislessia. Questa affermazione, pur partendo da un’intenzione forse positiva (riconoscere l’intelligenza), è profondamente dannosa perché si basa su un’incomprensione fondamentale: confonde il formato con la sostanza. Vede la difficoltà nel processare un certo tipo di informazione (es. testo scritto) come una mancanza di volontà o impegno, ignorando che l’intelligenza può manifestarsi e operare magnificamente attraverso altri canali.

Il problema non è la « mancanza di applicazione », ma la « mancanza di traduzione ». Stiamo chiedendo a una persona di dimostrare la sua intelligenza usando una « lingua » che per lei è faticosa e inefficiente. È come chiedere a un musicista di esprimere il suo genio scrivendo un saggio invece di suonare. L’etichetta VAK (Visivo, Uditivo, Cinestesico), se usata in modo rigido, rischia di creare lo stesso tipo di problema, incasellando le persone e giudicandole sulla base della loro aderenza a uno standard.

Come sottolinea l’esperta di apprendimento Kris Vasquez in un suo influente lavoro, l’idea stessa di stili di apprendimento fissi può diventare una profezia che si auto-avvera.

Non solo questa distinzione non è sorretta da prove scientifiche, ma rischia anche di danneggiare gli studenti date le convinzioni limitanti che rischiano di formarsi riguardo loro stessi.

– Kris Vasquez, Learning styles as self-fulfilling prophecies (2009)

L’approccio corretto non è diagnosticare o etichettare, ma fornire strumenti di traduzione flessibili. Per un collaboratore dislessico, questo non significa « semplificargli » il lavoro, ma dargli accesso a software di sintesi vocale (da scritto a uditivo), permettergli di rispondere a un’email con un messaggio vocale (da uditivo a scritto) o di presentare un report come una mappa concettuale invece che come un testo di 10 pagine (da lineare a visivo-relazionale). Stiamo offrendo più « lingue » per esprimere la stessa, intatta intelligenza.

Checklist: strategie di traduzione per profili atipici

  1. Verifica degli Strumenti di Input/Output: L’individuo ha accesso a software di sintesi vocale e dettatura per tradurre tra testo e parlato?
  2. Audit della Strutturazione: Sono state introdotte le mappe concettuali o altri strumenti visivi per aiutare a organizzare idee complesse prima della stesura?
  3. Valutazione dei Canali di Espressione: È possibile, ove appropriato, sostituire un report scritto con una presentazione orale o un breve video per valorizzare il canale di comunicazione preferito?
  4. Controllo del Supporto Continuo: Le registrazioni audio delle riunioni o delle lezioni sono rese disponibili per un ripasso uditivo?
  5. Analisi degli Ausili Visivi: L’uso di colori, evidenziatori e formattazione specifica è incoraggiato e standardizzato per facilitare la lettura e la gerarchizzazione delle informazioni?

Quando introdurre le mappe concettuali digitali nel flusso di lavoro per massimizzare la produttività?

Le mappe concettuali digitali sono uno degli strumenti di « traduzione cognitiva » più potenti e versatili a disposizione di un team. A differenza di un documento lineare, una mappa concettuale permette di rappresentare la conoscenza in modo non-gerarchico, spaziale e relazionale. È il linguaggio naturale del pensiero visivo e associativo. Tuttavia, per essere veramente efficaci, non devono essere relegate a un esercizio individuale di brainstorming, ma integrate strategicamente in momenti chiave del flusso di lavoro del team.

Il loro valore non risiede solo nel visualizzare le idee, ma nel creare un artefatto cognitivo condiviso. Quando un team costruisce una mappa concettuale insieme, sta letteralmente costruendo un « cervello collettivo » visibile a tutti, dove le connessioni, le dipendenze e le lacune diventano immediatamente evidenti. Questo è particolarmente cruciale in contesti di lavoro ibrido, dove la mappa digitale diventa il « tavolo » attorno al quale tutti possono riunirsi, indipendentemente dalla loro posizione fisica.

Introdurre le mappe concettuali nel momento giusto può sbloccare fasi di stallo e accelerare la comprensione condivisa. Non si tratta di uno strumento da usare sempre, ma di un « superpotere » da attivare quando la complessità aumenta e la comunicazione lineare inizia a mostrare i suoi limiti. L’obiettivo è usarle non solo per generare idee, ma per allineare le menti.

Ecco tre momenti critici del ciclo di vita di un progetto in cui, come suggerito da guide sull’applicazione degli stili di apprendimento, l’introduzione di una mappa concettuale digitale può fare la differenza:

  1. Kick-off di Progetto: Invece di una presentazione PowerPoint lineare, iniziare con una mappa concettuale vuota e costruirla insieme al team. Questo permette di definire obiettivi, stakeholder, rischi e perimetro in modo collaborativo, creando una visione d’insieme condivisa e un forte senso di ownership fin dal primo giorno, specialmente per i membri del team a forte preferenza visiva.
  2. Metà Progetto (Controllo della Complessità): Quando il progetto è in pieno svolgimento, la complessità può diventare ingestibile e i membri del team possono perdere di vista il quadro generale. Una sessione di « ri-mappatura » aiuta a ri-allineare tutti, a tracciare le dipendenze emerse, a identificare i colli di bottiglia e a prendere decisioni strategiche basate su una visione completa e aggiornata dello stato dell’arte.
  3. Debriefing Finale e « Lessons Learned »: Alla fine di un progetto, usare una mappa concettuale per mappare le lezioni apprese è molto più efficace di una lista puntata. Permette di esplorare le cause profonde dei successi e dei fallimenti in modo non lineare, facendo emergere connessioni inaspettate e creando una base di conoscenza visiva, memorabile e facilmente consultabile per i progetti futuri.

Da ricordare

  • L’efficacia di un team non dipende dall’etichettare gli individui (VAK), ma dalla capacità di ‘tradurre’ le informazioni in formati multipli.
  • La diversità cognitiva è un motore di innovazione: team eterogenei generano più entrate da nuovi prodotti.
  • Invece di imporre la teoria, il « Ciclo di Apprendimento Invertito » (pratica-teoria-pratica) è più efficace per i profili tecnici.

Come creare un Piano Didattico Personalizzato (PDP) che sia davvero utile e non solo burocrazia?

Spesso, nel contesto aziendale, l’idea di un Piano Didattico Personalizzato (PDP) viene associata a burocrazia, a un documento formale da compilare e archiviare. Ma se lo guardiamo attraverso la lente della « traduzione cognitiva », il PDP si trasforma da obbligo amministrativo a potentissimo strumento strategico. Un PDP utile non è quello che etichetta una persona come « uditiva » o « cinestesica », ma quello che identifica e formalizza le strategie di traduzione più efficaci per quel singolo individuo, co-creandole insieme a lui.

L’approccio tradizionale fallisce perché parte da un assunto sbagliato. Se le statistiche sui sistemi rappresentazionali, pur da prendere con le pinze, indicano una distribuzione in cui circa il 60% della popolazione ha una preferenza visiva, il 20% uditiva e il 20% cinestesica, è evidente che un approccio formativo basato solo su manuali e lezioni frontali escluderà la maggior parte del pubblico. Il PDP deve diventare il luogo in cui si progetta un’esperienza di apprendimento multimodale su misura.

Un PDP diventa utile quando smette di essere un documento prescrittivo e diventa un « contratto di apprendimento » dinamico. Questo significa che, invece di scrivere « Mario è cinestesico », il PDP dovrebbe specificare: « Per apprendere nuove procedure software, Mario trova più efficace un ciclo di 10 minuti di video-tutorial seguito da 30 minuti di pratica su un ambiente di test. Per i concetti teorici, preferisce una discussione di 20 minuti con un esperto ». Stiamo descrivendo un processo, non una persona.

Questo approccio, basato sulla co-costruzione, è fondamentale. Come dimostrano le esperienze con modelli come quello di Felder-Silverman, il processo è più efficace quando gli studenti partecipano attivamente alla costruzione del loro percorso formativo. In un contesto aziendale, ciò significa che il manager o il formatore deve avere una conversazione aperta con il collaboratore, esplorando insieme cosa ha funzionato e cosa no in passato, e testando nuove combinazioni di formati. Il PDP diventa così il diario di bordo di questa esplorazione condivisa verso la massima efficacia cognitiva.

In definitiva, il PDP smette di essere burocrazia quando il suo focus si sposta dall’etichetta dell’individuo all’architettura dell’informazione che gli viene offerta. Diventa la mappa strategica per garantire che ogni membro del team possa non solo ricevere le informazioni, ma assimilarle, farle proprie e trasformarle in azione e innovazione.

Ora che hai compreso i principi della « traduzione cognitiva » e hai a disposizione strumenti pratici, il passo successivo è integrare questo approccio nella cultura del tuo team. Inizia in piccolo: scegli un solo processo, come l’onboarding di un nuovo assunto o la prossima riunione di progetto, e progetta consapevolmente un’esperienza multimodale. Osserva i risultati, raccogli feedback e perfeziona il tuo metodo. Trasformare la diversità cognitiva in un vantaggio competitivo è un viaggio, non una destinazione.

Domande frequenti su come formare un team con diversi stili di apprendimento

Come identificare lo stile di apprendimento preferito di uno studente?

Più che affidarsi a test rigidi, è fondamentale osservare il comportamento e le preferenze. Il modo migliore è fornire opportunità di apprendimento in formati diversi e notare quale viene scelto più spesso o produce i risultati migliori. Si possono utilizzare questionari di autovalutazione come punto di partenza per una discussione, ma l’osservazione diretta e il dialogo rimangono gli strumenti più efficaci.

Esiste uno stile di apprendimento migliore degli altri?

Assolutamente no. Non esiste uno stile di apprendimento giusto o sbagliato, né una gerarchia di valore. Lo stile visivo non è migliore di quello cinestesico o viceversa. Ogni stile rappresenta semplicemente una preferenza nel modo in cui il cervello processa le informazioni. La forza di un team risiede proprio nella combinazione di questi diversi approcci.

Come supportare studenti con stili diversi nella stessa classe?

La chiave è la multimodalità. Invece di creare lezioni separate per ogni « stile », è più efficace progettare una singola lezione che integri elementi diversi. Ad esempio, quando si danno istruzioni, è utile fornirle sia a voce, sia scritte sulla lavagna o su un documento, sia magari mimate con un gesto o un’azione. Offrire diverse opzioni di accesso alla stessa informazione è il modo più inclusivo per supportare tutti.

Rédigé par Sara De Luca, Psicologa dell'Apprendimento e Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica, esperta in DSA (Disturbi Specifici dell'Apprendimento) e tecnologie assistive per l'inclusione scolastica e lavorativa.